Ma l'avete sentita?
La versione di "Nel blu dipinto di blu" cantata da questa Silvia Di Stefano? Gente, da brividi.
Brividi di orrore e disgusto, intendo. Un'esibizione muscolare, atletica, di canto, priva di gusto, di senso della misura, del benché minimo rispetto per il brano (e per le orecchie dell'ascoltatore, e per la Musica in genere). Una base roboante, pacchiana, orrenda, senza capo né coda, una specie di demo da tastiera Roland tutta spacchieppìrita (la Di Stefano, sicula anche lei, capirà), dance stantìa e superultraurcachestrajazzfusionminchia, sulla quale la poveraccia sbraita senza poesia (e certo senza badare alle parole, al concetto stesso di "interpretazione").
Di certo la peggior cover che io abbia mai udito in vita mia (e ne ho udite parecchie), probabilmente la peggiore che sia mai stata fatta nella storia della musica -roba da dimenticare il già orrido sacrilegio negramariano, che slitta al secondo posto (no, terzo: "La città vuota" di Fiorello resiste in seconda posizione). Ovviamente in heavy rotation su Radio Italia, spinta dal solito hype furbetto sulle vagonate di ascolti su internet (basta dare cinque euro a due poveracci per cliccare "refresh" ogni tre secondi... ma se anche fosse vero, machissenefrega). Ma se è vero, è mai possibile che nessuno tra le millantate orde di ascoltatori sul web abbia osato dire che questa cover è un'orrenda, colossale puttanata? Uhmmm.
Un'utilità però forse ce l'ha: è un perfetto esempio di cosa non dev'essere un cantante -la immagino adottata in migliaia di corsi di canto come esempio in negativo- e una dimostrazione pratica del fatto che avere una voce potente, e padroneggiare la tecnica per usarla, non basta per dire di saper cantare.
Come diceva il professor Fontecedro di Luttazzi: Disgustorama!
*Umberto Bindi
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